Che vita di merda, governo di merda, giornali di merda, facce di merda, giornata di merda, giustizia di merda, merda di merda.

Oggi voglio avventurarmi in una missione apparentemente impossibile, l’elogio della merda. La merda c’è stata da sempre, ci accompagna fin dalla primissima forma di vita animale che prima è nata e subito dopo ha cacato. La merda è anarchica ma tollerante, in natura si lascia sotterrare per coprire le tracce, oppure fa l’esatto opposto perché serva da richiamo, si lascia spappolare nei depuratori, si lascia spalmare sul vetrino di un microscopio ma si vendica spifferando tutti i malanni del donatore alla faccia della privacy, perfino si diverte a lanciarsi dal culo di un gabbiano in volo e colpire con micidiale precisione la capoccia di marinai, pescatori, coppie innamorate che passeggiano sul molo vicino alle barche.

Questo lo sanno tutti, ma io ho ben altre idee chiare nella mia testa di merda. Da molti anni i medici sanno che l’intestino ha un suo cervello intelligente che regola l’intero processo digestivo. Quindi se il cervello intestinale è intelligente quasi certamente sarà intelligente anche la merda. Altrimenti come si spiegherebbero certi comportamenti opposti, per esempio in casi di tensione o emozione e gioia o dolore come mai la merda tira i freni oppure li molla ricorrendo anche alle riserve messe da parte in casi di bisogno, anzi di bisogni?

Come si spiega che dopo esserci ripuliti l’intestino, appena l’urologo ci ficca un dito nel culo la riserva sopra accennata si precipita, vuole uscire a tutti i costi?

Come si spiega che quando andiamo al cinema lei se ne sta buona buona, ma se andiamo a un concerto quanto scommettiamo che anche la merda vuole stare in prima fila?

Oppure quando siamo felici e rilassati, per esempio al mare o in montagna a goderci un tramonto meraviglioso, come si spiega che la merda ci obbliga a cercare in fretta una fratta che non si trova mai e ci costringe ad accoccolarci tra due sportelli aperti della nostra auto e se lei per qualche motivo si offende, tenta in tutti i modi di precederci per cinque secondi e se ci riesce allora sì che siamo nella merda! La parola merda suona volgare al delicato orecchio umano, quindi si cercano altre parole delicate: escrementi, scibale fecali, popò, pupù, pepè, che vita di popò, governo di escrementi, facce di scibale fecali, giustizia di deiezioni intestinali.

Visto? Eppure, merda è una parola poetica, la sollevò agli onori del lirismo niente di meno che Giacomo Leopardi, adolescente ma pur sempre poeta, che augurò ai suoi compagni una Befana di merda, promise di donare a ciascuno un “corno” (suppongo corna di mucche a mo di bicchiere, oggi si usano i calzini davanti al caminetto) corni ripieni di merda, con possibilità di scambiarseli tra di loro. Ebbene gli infiniti siti che raccontano l’aneddoto si sdilinquiscono a commentare e ricommentare oltre l’Infinito la poetica leopardiana giunti alla parola fatale scrivono “Befana di m…”

E già, la merda fa schifo solo a pronunciarla, dire faccia di merda ci costava una querela per diffamazione. Oggi non è più considerata offensiva con grande soddisfazione della merda che considera questo cambio di marcia una conquista sociale. Quel che segue l’ho già scritto diversi anni or sono ma è fresco di merda come se l’avessi scritto di getto poco fa.

Strano destino quello della merda: tutti la facciamo, ma tutti ce ne vergogniamo, convinti di essere figli delle stelle chiamati a più alti destini, a slanci eletti, alla lirica dei sentimenti. Tanti matrimoni vanno a catafascio perché, dopo un fidanzamento di rose rosse e di lettere profumate, uno dei due sposini entra nel bagno quando l’altro non ha ancora aperto la finestra. Eppure. la merda è una fantastica livella sociale, meravigliosa quando dobbiamo affrontare un potente, un capo incazzato, un giudice accigliato, un esaminatore rognoso, un ufficiale borioso: li immagini seduti sul water e passa la paura perché capisci che siamo tutti uguali sullo stesso cesso, se non proprio fratelli di sangue almeno fratelli di merda. Ovviamente in questa fratellanza ciascuno la fa a modo suo: il re delega il primo ministro, il dittatore la fa a furor di popolo, il generale la saluta battendo i tacchi, il prelato la benedice e poi la dona ai poveri, l’impiegato la protocolla, lo scienziato la misura, l’arbitro la squalifica, il presuntuoso si compiace che sia tanta, il contadino ci concima la rucola, le donne (soprattutto quelle belle) non la fanno, ma alle brutte tocca pulirla. Eppure, abituati a trattare la merda con disprezzo, addestrati a negarle ogni diritto civile, nei momenti brutti diciamo che la vita è merda. Invece la merda è vita: basta vedere come stanno male, gialli in viso, l’umore pessimo e l’alito puzzolente, quelli che non la fanno.

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