Mica solo per vantarmi, ma per congratularmi con me stesso, confesso di aver pubblicato quattro libri in quattro mesi. Volendo, potrei pubblicarne subito un altro. E un altro ancora, sempre che sopravviva.

Ab immemorabili quando sono entrato in quiescenza, parola funerea che somiglia terribilmente a requiem-scienza, ho acquistato nel Fermano una casetta con un piccolo oliveto, lontano quaranta chilometri da qui, lo stesso errore che commettono quasi tutti i giornalisti per cui loro e io ci siamo rovinati l’esistenza.

Il primo shock della quiescenza ti mette di fronte alla nuova condizione, faccio il cambio di residenza nome cognome data di nascita altezza peso, infine ecco la domanda “professione?”, rispondo “giornalista”. L’impiegato dell’anagrafe insiste, «Lei scrive ancora? Certo che scrivo, libri. Ma scrive per qualche giornale? Beh se capita… per la verità non mi interessa».

Dietro lo sportello gli occhi del travet brillano di gioia, sembra che mi conosca ma non so chi sia, chissà che cavolo avrò scritto contro di lui per renderlo così felice, «Allora scriviamo professione pensionato»

Gli ho lanciato la più omicida delle mie occhiate, «Lei è fuori strada, pensionato non è una professione, è una condizione!»

Tranquillissimo ha scritto “professione pensionato”.

Dieci anni prima, impavido giornalista e scrittore, lo avrei strangolato ma trovandomi ufficialmente pensionato mi sono cascate le braccia. Desolato le ho raccattate e mi sono avviato alla casetta, pensavo che in fondo anche Cincinnato, dittatore e salvatore dell’Impero Romano si era ritirato in campagna. Ebbene avrei fatto il Cincinnato, tutto sommato la zappa e la penna sono parenti stretti perché cultura e coltura sono divisi da una sola vocale.

Inizialmente mi ero appassionato a quella terra e agli olivi che curavo e potavo. Un giorno, cesoia in mano, mentre guardavo soddisfatto l’esito del mio lavoro una voce alle mie spalle mi fece sobbalzare, «Che fai, poti la ja?», in dialetto fermano l’oliva si chiama ja.

Forse per lo strettissimo legame con la natura, i contadini sono un po’ folletti sanno sparire in un momento e in un altro momento ricomparire. Il mio vicino era un anziano signore che coltivava la terra all’antica e per questo mi piaceva ascoltarlo, però dopo cinque minuti di erudizione agreste cambiava discorso e mi raccontava tutta la sua vita chiudendo il racconto con queste parole “Ecco ce so nato ecco ce moro”, qui sono nato e qui morirò.

Dopo il ventesimo racconto della sua vita, prima di scendere nell’oliveto controllavo che quel signore non fosse nei paraggi ma non sempre mi andava bene, mi stanava nonostante fossi nascosto e immobile dietro un tronco, non serviva a nulla nemmeno stendermi a terra, era anziano con vista d’aquila, restava su limite della sua proprietà aspettando che risalissi il pendio, mi faceva cenni con la mano, non potevo ignorarlo.  

Un giorno in cui, cesoia in mano, osservavo soddisfatto la mia potatura avevo controllato che quel signore non fosse nei paraggi. Quel “Che fai, poti la ja?> mi aveva colto di sorpresa, un minuto prima lui non c’era, il minuto dopo era alle mie spalle, come aveva fatto? Era sbucato dalla terra? Si era camuffato da zolla?

«Non ho potato, ci ha pensato Stefano, sto guardando, un bel lavoro, no?»

Gli occhi d’aquila mi fissavano sardonici, «Scine, bisogniria ‘mmazzallu quillu che ha potato ‘sta ja! Ecco ce so nato ecco ce moro», sì bisognerebbe ammazzare chi ha potato questi olivi!

Offeso, ma di che s’impiccia questo rompiscatole? Gli avevo voltato e spalle ed ero andato sul versante opposto dell’oliveto. Oltre il confine c’era il vigneto che apparteneva a un vicino con il quale avevo rapporti di amicizia, la moglie del vicino e una sua amica legavano ai filari i tralci verdi di vite, un lavoro abile bellissimo da vedere. Tranquillizzato da quella presenza affabile mi ero arrampicato su un olivo e avevo lavorato di cesoia, le due donne non mi avevano visto o forse fingevano di non avermi visto.

«Buongiorno Fiorella, è uno spettacolo vedervi lavorare…»

«Ciao, che fai poti la ja?»

«Ci provo, va bene come faccio?>

Fiorella era troppo gentile per darmi una delusione, rispose con un sorriso e con un cenno di approvazione. Ma la sua amica era svelta di mano e ancor più svelta di lingua: «None, anche nu somaru sarria vonu a pota’ la ja», anche un somaro saprebbe potare gli olivi.

Altro che Cincinnato, quel malefico impiegato dell’anagrafe, anziché pensionato avrebbe dovuto scrivere sulla mia carta d’identità non “pensionato”, ma “incapace”.

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