Meglio giornalista d’assalto o meglio scrittore? Peggio tutti e due perché se fai sul serio ti rubano la testa, qualunque altra cosa tu faccia non conta oppure conta poco, l’unica urgenza è sederti al computer in una redazione o sederti al computer nel tuo studio. I fabbricanti di sedie non ci hanno mai pensato, dovrebbero produrre sedie a forma di culo oppure i genetisti dovrebbero modificare il Dna umano per sfornare culi a forma di seggiola.

In realtà sono mestieri affascinanti, possono gratificarti ma possono anche metterti di fronte a situazioni crudeli che lacerano cuore e testa. Io mi porto addosso un incubo ricorrente che vale la pena di raccontare.

Ho due figli, Francesca all’epoca aveva otto anni e Marco cinque anni che di tanto in tanto subiva attacchi di acetone. L’ultima crisi era passata ma lui piangeva per dolori addominali, il pediatra era già venuto due volte e per la terza volta aveva diagnosticato “acetone” poi aveva fatto il giro delle stanze per ammirare questo e quello e quell’altro. Non era un cattivo medico, però in quei giorni era occupato a farsi costruire una villa e cercava ispirazione nelle case dei suoi assistiti. La mamma di una bambina da lui assistita sbandierava una impegnativa su cui anziché “Plasil” c’era scritto “50 quintali di cemento a presa rapida, una volta al dì dopo i pasti”. Sembra inventato, invece è vero, in quei giorni aveva scritto queste singolari ricette anche ad altri assistiti.

Un po’ tranquillizzato dalla conferma di acetone ma preoccupato per quel faccino sofferente, le gambe rannicchiate contro l’addome, le braccine che mi stringevano al collo in una muta implorazione di non lasciarlo, piangeva di dolore.

Sul lavoro, in quel periodo ero spalle al muro e dovevo contrattaccare badando a non commettere il minimo errore, devo ammettere che il pensiero del mio piccolino era in seconda fila. Il tardissimo pomeriggio mi aveva riportato alla cruda realtà la telefonata di mia moglie, <Marco sta malissimo, vieni subito>.

Affidato il giornale alle mani dei colleghi mi ero precipitato in cerca della mia auto, nell’agitazione non ricordavo dove l’avessi parcheggiata, pioveva, una corsa frenetica per le strade della zona finché non l’avevo ritrovato a due passi dalla redazione, all’epoca avevo una Fiat 126 per città, un Citroen Pallas per i lunghi viaggi, la 126 era accostata alla parete di una chiesa medievale. Finalmente! Invece avevo rischiato   l’infarto vedendo che il motore non partiva, la pioggia aveva inzuppato lo spinterogeno, ciao ciao.

Disperato avevo telefonato a un grande amico medico che stava ancora in ospedale, per favore sono a piedi perché la macchina non parte, Marco sta male, ti prego accompagnami così almeno potrai dargli un’occhiata, il pediatra dice che non è niente ma non è possibile.

Lui aveva risposto, sono stanchissimo, è tardi, questa mattina mi è nata la sua prima figlia, passo domani e risolviamo tutto.

Lo avevo supplicato, lui aveva percepito la mia disperazione, va bene, passo a prenderti.

Di solito guidava veloce col suo coupé, quella sera si era superato, in silenzio mi aveva seguito sulle scale, era entrato nella camera, aveva dato un’occhiata a Marco. Il piccolino era collassato, mi guardava e mi aveva fulminato suo sorriso stento, rassegnato.

In cinque minuti il mio amico aveva messo in allarme la sala operatoria dell’ospedale, mia moglie aveva avvolto Marco in una coperta, lo avevo preso in braccio, non vedevo nulla perché le lacrime mi offuscavano la vista, lacrime di dolore, lacrime di rimorso, lacrime di vergogna, lacrime che mi offuscano anche adesso mentre scrivo.

 

Accadde tutto in lunghissimi minuti, la barella attrezzata, l’intreccio dei tubicini e delle flebo, la corsa verso la sala operatoria, nel silenzio notturno udivo distintamente voci dei chirurghi  il tintinnio dei ferri, percepivo l’odore dell’anestesia, una lucida follia stava facendosi strada nella mia testa, all’epoca avevo subito due attentati per cui ero armato, sragionavo freddamente adesso Marco muore, torno a casa, busso alla porta del pediatra, lui apre e gli scarico nella pancia sei colpi di revolver poi mi costituisco succederà quello che deve succedere. In questo viaggio verso la pazzia mi aveva bloccato il chirurgo che mi era venuto incontro sorridente ma serio, disse lo abbiamo riacchiappato per le penne, cinque minuti di ritardo e lo avremmo perso, era una peritonite gangrenosa purulenta, è imbottito di antibiotici speriamo che non sorgano complicazioni. Per tre giorni e tre notti ero rimasto incollato sulla sedia accanto a Marco, senza dormire, senza mangiare, senza mai staccare gli occhi da quel faccino, rifiutavo le insistenze di mia moglie per darmi il cambio, dovevo fare i conti con la mia coscienza e con il fantasma che mi puntava un dito contro il cuore, potevi uccidere tuo figlio, lui è vivo per caso, consideralo un miracolo anche se sei un miscredente.

In effetti c’era stata una serie di coincidenze impressionanti, avevo preso la 126 per lasciarla in un punto vicino alla redazione in caso di emergenza, avevo trovato uno spazietto libero accostato alla parete della chiesa medievale, era piovuto, la grondaia lunga una quarantina di metri era fessurata in quel punto dal quale colava acqua sulla mia auto, la 126 aveva motore posteriore e sul cofano una griglia di raffreddamento. Se l’auto fosse stata cinque centimetri più avanti o cinque centimetri più dietro, l’acqua di gronda non avrebbe centrato in pieno lo spinterogeno, se non fossi stato costretto a chiedere aiuto al mio amico medico, oggi Marco non sarebbe qui.

Appena dichiarato fuori pericolo due cose mi avevano aiutato a uscire da quell’incubo, quando entrava il chirurgo che lo aveva salvato, il mio piccolino arrossiva e si tirava il lenzuolo sulla testa, perché fai così? «Perché mi domanda sempre hai fatto le puzzette? Hai fatto le puzzette

Seconda consolazione l’eco di due scarpette velocissime che precipitavano nella stanza, Francesca radiosa copriva di baci il fratellino.

Meglio giornalista o meglio scrittore? Adesso i miei figli sono adulti, comunque meglio non lasciarsi trascinare dal mestiere, ci sono altri valori nella vita, non so quali ma da qualche parte dovrebbero esistere.

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